Testo realizzato in occasione della prima mostra personale di Nico "MENTISUGHE E MENTIFUGHE", tenuta al Centro S.S.M. di Volterra e curata da Nicolas Ballario (2019).

 

ITA

 

Nel 1943 il grande artista Joseph Beuys deve partecipare a una missione in Crimea che segnerà la vera svolta nella sua vita. Il suo aereo viene colpito e precipita: Beuys sopravvive, viene scagliato fuori dall’abitacolo e finisce in un cumulo di neve, con le gambe rotte. Sarebbe morto assiderato, se non fosse che un gruppo di nomadi tartari lo trova e lo salva, curandolo e tenendolo vari giorni con loro. Alla fine di queste breve esperienza, i nomadi propongono a Beuys di unirsi a loro, di seguirli nel loro viaggio. Quelle persone, senza saperlo, avevano avuto il definitivo ruolo di officianti della svolta mistica di Beuys. Non li segue, ma anzi idealmente sarà lui a portare loro con sé, per tutta la vita.

Magari qualcuno di voi non ha mai sentito parlare di Beuys, ma vi posso assicurare che si tratta di uno degli artisti più influenti del secolo scorso ed è bello sapere che è nell’esperienza con nomadi tartari l’epifania che gli ha consegnato l’attitudine del fuoriclasse. Volete sapere una cosa, però? Se lo è inventato. Quella cosa non è mai successa: i tempi non combaciano, ma per anni gli storici sono caduti in questo tranello. Nella mente dell’artista però non è necessario che una cosa accada davvero per essere reale e allora mi ha divertito sapere che a un certo punto Nico Bruchi si è consegnato a un periodo di astinenza (artistica, culturale, sociale, sessuale) durato 4 anni: in realtà era una mattinata, lunga più di 1.000 giorni. Non ha trovato nomadi tartari, ma una “deriva” verso il nomadismo artistico. Nico Bruchi ha stabilito improvvisamente che l’oscillazione è un valore e dunque ha smesso di cercare la sua strada. Sembra avere capito che l’artista non è un marchio e che se gli capitasse di diventarlo dovrebbe autodistruggersi e ricominciare: la street art, la fotografia, il video, le installazioni site specific, la pittura, la scultura. La sua è una poetica definita, ma su mezzi che sceglie a seconda del percorso e che scansa il naturalismo dei realisti per trasportare l’opera in un’ottica metaforica, paradigmatica. È un’esistenza effimera e dunque anche quando sceglie il sapore classico i suoi soggetti vengono rimescolati nel caos. Partiamo dalla sua componente più urbana (che è anche la prima, ma questo importa poco): i suoi personaggi vanno al di là di ogni senso e per la prima volta moralità o immoralità non trovavano spazio sui muri. È patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Questo mi attrae del lavoro di Nico Bruchi: le sue creazioni sono localizzabili al confine tra due universi. Sono impulsive e instabili, ma allo stesso tempo molto concrete. Sono assurde e hanno una doppia faccia. È ovvio che quello del dualismo sia un concetto intrigante: dell’aspetto duale si è occupata la psicologia, la filosofia, la neurologia e persino la matematica, oltre ad altre decine di discipline. Non parlo solamente dell’organismo che incontra la coscienza, del corpo che incontra l’anima, ma degli aspetti e delle moltitudini dell’essere umano che ne sanciscono la ricchezza. E a me piace pensare a tratti della personalità di Nico che tra loro ammiccano, si provocano, si eccitano, si sfidano e si affrontano, si corrodono, si affezionano, si convincono. Damien Hirst in “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, mostra-evento che nel 2017 hainvaso le sale di Punta della Dogana e Palazzo Grassi a Venezia, ci ha parlato del ritrovamento dei tesori sommersi custoditi nel relitto di una nave immaginaria, con personaggi di un mondo scomparso che ritorna alla luce. Nico sembra avere intuito prima e senza l’aura da fighetto di Hirst che non solo il futuro, ma anche il passato è immaginabile. Ed ecco che allora non ha paura di offrirci ammiccamenti a un mondo fiabesco o addirittura mitologico, esasperando l’espediente della traccia con fare cinematografico. Ecco lui si fa regista riproponendo film che ha già visto e a volte mi sembra che tenti addirittura di imbrogliarci parlando di natura o di scienza, forse perché dietro quel fare da spaccone nasconde una timidezza, una paura di farci vedere che l’unica cosa che gli interessa è la condizione umana, sono le parole e le carezze, gli sguardi, i profumi, gli amplessi: e allora ecco che nei suoi esperimenti l’acqua è l’anima di chi ritrae e un prato una pagina a disposizione di chi anima il mondo.

La conoscenza della luce e del colore, l’abilità tecnica unita a una velocità d’esecuzione sorprendente, l’attenzione ai dettagli, sono quelli di chi ha indubbiamente talento. Però non si fermano al carico fiero della bellezza le sue opere, perché sono armi visionarie e mai violente che cercano di far deragliare il treno delle convenzioni, che vogliono sciogliere il linguaggio e dirci che anche nel grottesco possiamo trovare la riflessione. La figura non è solamente corpo, ma la materializzazione di uno spirito che arriva da una dimensione che fatichiamo a decifrare. L’esplosione della fantasia e delle individualità offre una lente di ingrandimento per scovare i lati nascosti degli uomini: “Armati di coraggio, innalziamo le nostre bandiere di pace, lottando contro questa autodistruzione, contro il non rispetto dei diritti umani e la disuguaglianza sociale che permette le classificazioni – ha scritto qualche anno fa - Riflettiamo sul significato del termine ricchezza, indirizzandolo al sorriso e non più al potere economico. Sforziamoci di risvegliare in noi il rispetto per la natura e per le altre forme di vita, in quanto queste, sono la scenografia delle nostre avventure. Creare un mondo i cui abitanti non debbano avere paura l'uno dell'altro”. E allora nei lavori troviamo la sua ansia, la malinconia dietro la determinazione, l’idea di un mondo che allontana l’incontro e dimentica se stesso: mi ha colpito molto, qualche anno fa, la sua idea di usare una transenna d’alabastro per denunciare l’abbandono di luoghi cui era affezionato, di solchi della storia della sua Volterra e della sua Toscana. Noi vediamo la transenna come un oggetto che ci vieta un passaggio, che nasconde uno spazio, invece Nico sa fare dell’assenza una presenza, sa esaltare un elemento cancellandolo. Come Christo impacchettava oggetti e palazzi, questo lavoro di Nico svela celando e come lui è enigmatico, fa del mistero e del paradosso elementi imprescindibili.

È sempre scappato dalla catalogazione dell’abecedario contemporaneo e sono certo che abbia scelto di fare questa mostra non senza remore. Esattamente come Peter Pan ogni tanto fuggiva dall’Isola che non c’è per andare nel mondo degli adulti, ecco che Nico ha mollato momentaneamente la sua isola, non per mostrarsi e uscire, ma per prenderci per mano e invitarci a entrare nel suo mondo. Ed è un mondo complesso e duale come abbiamo detto, infatti “Mentisughe e Mentifughe” è un percorso che ci mostra anche dolore e tensione. Sono immagini psichedeliche, un po’ punk, che sicuramente vedono nella cultura underground i loro natali e che hanno la componente sovversiva ed energica che in Nico Bruchi vede un detonatore. E che sia un artista sfrontato ed eversivo lo si vede dal fatto che si è voluto confrontare con la Deposizione dalla croce di Rosso Fiorentino. Ed essendo questa pala il simbolo della Città di cui Nico Bruchi è figlio, suona quasi come un

affronto al padre più ingombrate possibile. Non è così, è invece la consapevolezza dell’isolamento dell’artista, portavoce solitario del confronto tra l’uomo e la realtà affrontata con il blasone dell’immaginazione, tra il patrimonio e la contemporaneità. Ecco che Nico Bruchi, col suo sorriso sornione e quello sguardo dinamitardo, ci spiega che l’arte (tutta l’arte) è lì per noi e che il senso della responsabilità di essere vivi è la ricerca. Perché è nella visione che si manifesta la più alta delle qualità degli esseri umani.

 

Nicola Ballario

ENG

 

In 1943 the great artist Joseph Beuys was involved in a mission to Crimea which would mark a turning point in his life. His plane was shot down, but Beuys survived the crash. He was thrown from the fuselage and landed in a pile of snow, his legs broken. He would have frozen to death had he not been found by a group of Tatar nomads who saved him and looked after him for many days. The nomads asked Beuys if he wanted to stay with them and continue on their travels together. These people, without knowing it, had had a defining role this mystical turning point for Beuys. He didn't stay with them, but rather they stayed with him for the rest of his life.

Perhaps you have never heard of Beuys, but I can assure you that he was one of the most influential artists of the 20th century, and it is illuminating to know that it was an encounter with Tatar nomads that constituted the epiphany that led him to be an artist in a league of his own. But do you know what? He invented it all. None of this actually happened: the timing doesn't coincide, but for years historians still believed him. In an artist's mind something doesn't actually have to happen for it to be real, and so I was amused to find out that at a certain point in his life Nico Bruchi adhered to a period of abstinence (artistic, cultural, social, sexual) that lasted 4 years: it actually all took place in a single morning that lasted more than 1,000 days. He didn't encounter Tatar nomads, but he did find a “drift” that led him toward artistic nomadism. Nico Bruchi suddenly concluded that oscillation is inherently positive and thus decided to stop searching for the right path. It's as if he understood that an artist is not a brand, and if you were to fall captive to that logic, the brand had to be destroyed and reinvented: street art, photography, video, site-specific installations, painting, sculpture. While his poetry is defined, it is expressed through mediums that are different for each journey he takes, it circumvents the naturalism of realists so the work is transformed through a metaphorical and paradigmatic lens. It is an ephemeral existence. Even when it chooses a classic theme, the characters are thrown into chaos. Let's start with its urban component (which is the earliest, not that that matters): his characters are beyond sense and for the first time morality and immorality find no space on the walls. It is pataphysics, the science of imaginary solutions. This is what I find so compelling about Nico Bruchi's work: his creations are located on the boundary between two universes. They are impulsive and unstable, but at the same time they are very concrete. They are absurd and they are two-faced. Clearly dualism is an intriguing concept: studies in psychology, philosophy, neurology and even mathematics have focused on the dual-aspect, as have dozens of other disciplines. I am not only referring to the organism that encounters the conscience, to the body that encounters the soul, but to the aspects and multitudes of the human being that define its plenitude. I like to think now and again about Nico's personality and how it contrasts with all those who wink, provoke, excite, challenge, confront, corrode, enamor and convince. With “Treasures from the Wreck of the Unbelievable,” the exhibition-event that took over Punta della Dogana and Palazzo Grassi in Venice in 2017, Damien Hirst recounted the discovery of hidden treasures in an imaginary sunken ship, with characters from a lost world emerging once again. Nico seems to have grasped before Hirst, and without his auraof holy coolness, that both the past and the future can be imagined. And that is why he is not afraid to give a nod to a world of fairy tales or even mythology, intensifying the expedient of outline with cinematographic ease. That's it. He's a director who suggests seeing films that he's already seen, and sometimes it seems like he is trying to somehow dupe us when he speaks about nature or science. Perhaps because behind that confident façade there's a natural shyness, a fear of letting us know that the only thing that he really cares about is the human condition, the words, the caresses, the looks, the smells, the embraces. And this is why in his experimentation, water is the soul of what he depicts, and a field is a page to read for those who bring life and energy to this world.

Nico Bruchi's technical abilities, his understanding of light and color, the attention he gives to detail, will surprise you. His works are not a simple “pride of beauty”, but weapons that are visionary and yet never violent, that try to derail the train of convictions, that aim to dissolve language and tell us that we can find reflection even in the grotesque. The living figure is not just a body, but the materialization of a spirit coming from a different dimension that we can barely make out. The way fantasy and individuality explode gives us a magnifying glass to see the hidden side of humanity: “armed with courage, let us raise our flags of peace, fighting against this self-destruction, against the lack of respect for human rights and social inequalities that enable categorization,” he wrote a few years ago. “Let us reflect on the meaning of being rich, let's focus on the value of a smile and not solely on economic power. Let's try to awaken in ourselves a respect for nature and for other forms of life than our own, because they are the stage for our adventures. Let us create a world inhabited by beings that are not afraid of one another.”

You can sense the anxiety in his works, the melancholy behind the determination, the idea of a world that keeps encounters at bay and forgets about itself. I was struck a few years ago by his idea to use an alabaster barrier to denounce the state of neglect of places that were dear to his heart, places rich in history in his Volterra, in his Tuscany. We see the barrier as a way of keeping people out, of making a place off-limits, and instead Nico knew how to make an absence a presence, how to exalt an element by blocking it off. Just as Christo packaged objects and palaces, this work of Nico's reveals by covering, and like him, Nico is enigmatic, he turns mystery and paradox into essential elements.

He has always eluded the sterile and soulless categorization of contemporary art, and I have no doubt that his choice to do this exhibit was riddled with hesitation. Just like Peter Pan tried to leave Never-Never Land every now and again to visit the land of adults, I think that Nico has left his island for a moment, not to leave it behind or show us he is here, but to take us by the hand and invite us to visit his world. It is a world of complexity and dualism, as I've said, in fact “Mind-suckers and Mind- dreamers” is a journey that shows us also pain and tension. They are psychedelic images, a little punk, that certainly took form in an underground culture; they are like subversive, live ammunition that find their fuse with Nico Bruchi. You understand that he is a subversive and rebellious artist from the fact that he wanted to address Rosso Fiorentino's “Descent from the Cross”. And since this altar piece is practically the symbol of his home town, it comes across as a resounding challenge to a weighty father-figure. But this is not what it is all about, instead it comes from an awareness of the artist's isolation, a solitary representative of the competition between mankind and revealed reality in which the weapon of choice is imagination,

having at hand the instruments of contemporaneity. This is how Nico Bruchi, with his almost too-charming smile and that revolutionary look in his eyes, has explained how art (all art) is there waiting for us and that the sense of responsibility to be alive is our journey. Because the highest quality of human beings is manifested in their vision.

 

Nicolas Ballario